Lino e Lina 029

Così non vale

Quest’oggi Maria non è andata a scuola, è rimasta a casa. Quando l’ho svegliata ha tossito e mi ha guardato con due occhi supplichevoli.
«Non sto bene» mi ha detto.
«Cos’hai?» le ho chiesto.
«Non so… la testa» ha fatto lei.
Come ogni sabato mattina ho preso il termometro e le ho misurato la temperatura: tutto nella norma. Allora l’ho guardata dritto negli occhi.
«La scuola è importante» le ho detto.
«Ma ci devo andare anche oggi?» ha fatto lei.
Non ho risposto.
«Mamma, ma oggi è sabato!» ha insistito. «E viene a trovarci anche papà. Non lo vedo da due settimane…».
«Va bene» ho detto io. «Per questa volta…».
«Grazie» ha fatto lei. E felice di non doversi più fingere malata, si è alzata senza esitazioni.
Durante la mattina abbiamo rimesso a posto la stanza: Maria mi ha aiutata a ripiegare i panni e a fare ordine nei cassetti. Poi è voluta uscire in giardino a giocare sul prato.
Maria ha solo sette anni, ma è già una ragazzina molto sveglia. A scuola le maestre non fanno altro che parlarmi bene di lei: ne sono tutte entusiaste. Mi dicono che è la più brava, che è attenta e che si impegna con dedizione. Io ne vado fiera… Adesso è lì che gioca sull’altalena: cerca di prendere velocità spostando il corpo avanti e indietro. A vederla è proprio uno spasso.
«Aspetta» le dico. «Ti do una mano».
La raggiungo e mi metto alle sue spalle cominciando a darle delle piccole spinte. Lei inizia a dondolare e a ridere: man mano che la velocità aumenta, aumentano anche le sue risate. Ora volteggia nell’aria veloce come il vento, con i capelli che le si scompigliano e che le fanno il solletico sulla faccia. Maria è felice. Continuiamo così per un po’. Quando lei ne ha abbastanza torniamo a sederci sul parato, dove lei, tra i fili d’erba, scopre una formica intenta a trasportare una mollica di pane.
«Lasciala stare» le dico io.
«Ma non la voglio uccidere!» mi fa lei. «Voglio solo giocarci».
«Se qualcuno ti punzecchiasse con un bastone gigante sulla testa, tu ci giocheresti volentieri?».
«Uffa» mi fa lei gettando via il bastoncino.
Io le accarezzo i capelli.
«Ma quando arriva papà?» mi chiede all’improvviso.
«Tra non molto» le rispondo.
«Mamma» mi dice.
«Che c’è?».
«Perché papà non vive con noi?».
«Non lo so» taglio corto.
«Sarebbe bello vivere tutti insieme».
«Forse un giorno…» le dico.
Lei si sdraia a pancia sotto e individua un’altra formica.
«Se papà vivesse con noi,» mi dice «io non dovrei andare a scuola tutti i giorni, vero?».
«No. Non tutti i giorni» replico io. «La domenica saresti libera».
Lei ci pensa un po’ su. Poi caccia fuori la lingua e mi fa una smorfia. Io fingo indifferenza.
«Signora Belli?» mi chiama un uomo vestito di bianco.
Mi volto.
«C’è una telefonata per lei» mi dice l’uomo.
«Mi raccomando,» dico a mia figlia «tu fai la brava e non muoverti di qui. Io torno subito».
Maria mi fa un cenno di assenso con la testa. Io mi alzo e seguo l’uomo.
Al mio ritorno Maria è ancora sdraiata sul prato che dà la caccia alle formiche. Alla mia vista si gira e mi guarda perplessa.
«Era papà» le dico anticipando la sua domanda.
«Non viene, vero?».
«Tarderà un po’» la rassicuro io. «Ha solo avuto un contrattempo».
«Anche la settimana scorsa hai detto così. E poi non è venuto» puntualizza lei con disappunto.
«Vedrai che stavolta verrà».
Lei non dice nulla.
«Ti va di giocare ad “acchiapparella”?» le propongo io per cambiare argomento.
Lei m
i guarda con aria di sfida.
«Sei troppo lenta» mi dice.
«Naaa… La tua è solo paura» la provoco io. «E poi sono molto più veloce dell’ultima volta: ieri ho mangiato gli spinaci».
Lei guarda in aria.
«Va bene» dice cominciando ad allontanarsi. «Allora vediamo che sai fare!».
Io la inseguo allargando le braccia. Lei fugge per il giardino lanciando piccole grida eccitate. Per un po’ la rincorro girando intorno a una grande quercia.
«Ecco, adesso ti prendo!» le grido andandole dietro.
Lei ride e scappa.
«Ecco, ti ho quasi presa!» le dico. Ma ha ragione lei: io sono troppo lenta.
Dopo qualche minuto non ne posso più e mi lascio cadere sul prato, esausta.
«Te l’avevo detto» mi fa lei avvicinandosi. «Sei troppo lenta».
Io ne approfitto e la afferro per un lembo della gonna.
«No, così non vale!» protesta lei cercando di liberarsi. «Così non vale!».
«Ah, ah!» rido io. «Sarò pure lenta,» dico «ma sono molto più furba di te!».
«No, così non vale! Non vale!» protesta ancora lei.
Nell’impeto della lotta ci rotoliamo insieme sull’erba fresca: entrambe non riusciamo più a trattenerci dal ridere.
«Signora Belli» ci interrompe di nuovo l’uomo vestito di bianco. «Si alzi, ché altrimenti si sporca tutta!».

La signora Angela Belli si trova a tutt’oggi ricoverata nella Clinica Psichiatrica Santa Maria di Castelfranco Veneto. Sua figlia Maria, in seguito a un aborto volontario avvenuto otto anni fa, non ha mai visto la luce.

Nevio Manente  

Lino e Lina 028 - 1° Classificato al Concorso “Scrivi la Vignetta 2007″

Il Vincitore della Prima Edizione del Concorso “Scrivi la Vignetta” è Carmine Caputo con il seguente testo:

  Lino: Io ti amo.
  Lina: Io, io… Pensi sempre a te stesso!

Grazie a tutte le persone che sono intervenute: scegliere il vincitore non è stato facile… Grazie a tutti di cuore.

Nevio Manente

Lino e Lina 027

Buon Natale e felice anno nuovo a tutti!
:-)

NM

Lino e Lina 026

 Il concetto mi piaceva e così l’ho fatto diventare una vignetta…
:-)

Buona Vita!

NM

Lino e Lina 025 bis

Questa vignetta (una variante della numero 25) mi è venuta stamattina mentre ero in macchina: il traffico a volte ispira sentimenti di vera pace e serenità.
;-)

Buona Vita!

NM

Lino e Lina 025

Lo scrittore è uno che “scrive”

Io credo che uno scrittore non dovrebbe farsi troppi problemi su quello che è il ruolo oggi della letteratura in Italia; credo che se uno dice di essere uno scrittore, debba occuparsi prevalentemente di Scrivere, ché è quello il suo mestiere.
Io sinceramente non ci riesco e non lo capisco. Ma che mi importa di stare lì a perdere tempo e a scrivere sulle problematiche della letteratura?! Che mi importa di stare lì a riflettere se è giusto o meno che in Italia si stia prendendo una determinata piega piuttosto che un’altra…
Io sono uno scrittore?, mi definisco tale? Bene, allora non devo far altro che Scrivere; Scrivere è il mio compito, il mio mestiere, quello di cui mi devo occupare: scrivere è così difficile e richiede talmente tanto tempo e dedizione, che figuriamoci se posso occuparmi d’altro…
Ché poi, a pensarci bene, è scrivendo che uno scrittore realizza il senso della letteratura; è scrivendo che uno scrittore dice: “Ecco, è questa la piega che sta prendendo la letteratura”.
Tutti i discorsi sul mondo letterario, tutto quel parlare su questo e quello sono giusti, per carità!, e a volte anche necessari, ma lasciamoli fare agli altri; lasciamoli fare ai critici, agli opinionisti, agli studiosi, ché loro sì, che possono farli: loro hanno tutto il tempo di questo mondo. Ma uno scrittore, no: uno scrittore dovrebbe preoccuparsi solo di Scrivere e di nient’altro.
Uno scrittore, uno scrittore vero, “fa” la letteratura, è lui stesso la letteratura: agli altri e ai posteri il compito di preoccuparsene.

Buona Vita!

Nevio Manente

Caffè nero bollente

Era tardi. Come al solito si era fermato a bere al vecchio pub fino a prendersi una bella sbronza, e adesso dalle finestre del locale filtravano già le prime luci dell’alba.
“Non fare tardi!” si era raccomandata sua moglie.
Raccomandazione inutile.
Doveva tornare subito a casa - non c’era altro da fare -, solo che era un bel problema con un martello pneumatico ficcato nella testa.
Barcollando un poco si alzò in piedi e si trascinò fuori dal locale; in strada il freddo lo investì come un pugno allo stomaco.
Dov’è la macchina?!, si domandò. Ah, sì, è dietro l’angolo…
Riprese a camminare.
Eccola, finalmente. Ecco la macchina…
Non era in grado di guidare, anche sbronzo se ne rendeva perfettamente conto, ma non stette lì a pensarci più di tanto: accese il motore e filò via di gran carriera spingendo forte sull’acceleratore; le strade erano deserte e lui guidava con una sicurezza e una tranquillità che in realtà non gli appartenevano.
Senza sapere come, dieci minuti dopo si ritrovò sotto casa. Sorrise.
Mai sottovalutarsi, pensò.
Scese dalla macchina ed entrò nel portone: era aperto.
Primo piano: fiatone.
Secondo piano: ansimava.
Un giorno o l’altro smetto di fumare, giuro che smetto!
Terzo piano. Ci siamo.
Cazz… La chiave non gira! Maledetta porta di merda! Ma perché non va?
Tentò di aprirla ancora, provò a cambiare chiave, ma nulla: doveva essere chiusa dall’interno. Poi sentì dei passi leggeri, appena percettibili: la porta si schiuse.
«Ciao» le disse. «Scusa, non volevo svegliar…».
«Entra» lo interruppe lei. Il tono era brusco.
Lui notò che aveva gli occhi cerchiati di rosso e che tracce di trucco mal tolto le incupivano il viso: non doveva aver dormito molto.
«Scusa, è che veramente…» provò a giustificarsi.
«Lascia perdere» fece lei.
Lui si domandò come mai non lo avesse ancora lasciato; poi decise di non pensarci, ché non era quello il momento per fare gli esami di coscienza.
Entrò in bagno, si gettò dell’acqua fredda in faccia e si asciugò scrutandosi allo specchio: uno schifo! Distolse lo sguardo e andò in cucina: trovò lei che trafficava tra i fornelli.
«Ne vuoi?» si sentì domandare.
«Sì, grazie» rispose. Un caffè caldo era quello che ci voleva.
Presto sarebbe esplosa - lui lo sapeva -, era solo questione di tempo: presto sarebbe esplosa e poi avrebbero finito col fare l’amore, come sempre…
Lei gli disse: «Claudio, non possiamo andare avanti così. Voglio il divorzio». Glielo disse senza neppure guardarlo in faccia, in maniera fredda, distaccata - la caffettiera che gorgogliava sul fuoco.
Lì per lì lui non afferrò il senso di quelle parole; si stropicciò gli occhi stanchi quasi a volerci vedere meglio.
«Cosa?!» le chiese. Nella sua domanda c’era stupore, stupore vero.
«Voglio il divorzio» ribatté lei. Gli occhi erano sempre bassi.
Claudio rimase attonito, incredulo; capì che doveva dire o fare qualcosa prima che fosse troppo tardi, prima che non ci fossero più speranze; così sparò fuori la prima cosa che gli venne in mente, la più stupida.
«Angela, non puoi dire questo!? Cambierò, ti giuro che cambierò… Ma tu non puoi dire sul serio. Non ti credo». E mentre parlava si accorse che la sua voce aveva preso a tremargli.
«Claudio, è un anno che va avanti questa storia e io sono stanca, sono troppo stanca… Ci vuoi lo zucchero?».
«Cosa?» fece lui.
«Lo zucchero! Ci vuoi lo zucchero?!» ripeté lei spazientita.
«Ah, no» disse lui. «Oggi amaro» disse. E allungando una mano afferrò la tazzina fumante.
Doveva guadagnare tempo, ecco cosa doveva fare: guadagnare più tempo.
«Angela, dobbiamo parlare» disse. «Dobbiamo parlare con più calma. Ora, così, all’improvviso… Ma che senso ha?!».
«Vado via oggi stesso» annunciò lei. «Vado a stare da Marco» aggiunse. E senza dire altro se ne uscì dalla stanza.
Lui non ebbe la forza di replicare: rimase lì a guardare la sua tazzina di caffè nero bollente senza riuscire a dire nulla; provò anche a berne un sorso, ma si scottò le labbra e preferì aspettare che si raffreddasse; poi un vento freddo gli accarezzò il volto e una voce di donna lo invitò ad alzarsi.
«Dai, Claudio, alzati che fai tardi…».

Un sogno. Solo un brutto sogno.

NM

Lino & Lina

Quando l’amore non è ricambiato bisogna insistere, oppure darci un “taglio”; dipende dai punti di vista…

Lino e Lina 024

Lina in questa vignetta è davvero pestifera, solo che per capirla (la vignetta) ci vuole un po’…
;-)

“Donatella mezzo sacco”: il primo amore non si scorda mai!

Io sono sempre stato un ragazzo piuttosto precoce. La mia prima storia d’amore - per dirne una - l’ho vissuta all’età di quattro anni, ai tempi dell’asilo, e di quell’amore mi ricordo ancora il nome: si chiamava Donatella.
Donatella aveva gli occhi color nocciola e i capelli rossi, ed era una ragazzina allegra, dolce e gentile.
Mi ricordo che una volta - dopo che la maestra mi incaricò di riporre nella cesta tutti i giocattoli che erano rimasti disseminati sul pavimento della classe - lei si offrì di aiutarmi nell’ingrato compito: da quella volta, rimettere a posto i giocattoli - quando tutti uscivano dall’aula per poter andare a giocare nel cortile -, divenne una prerogativa mia e sua, e guai se qualcun altro si proponeva di farlo…
Mi ricordo che fu proprio durante quei momenti di intimità che io cominciai a dichiararle tutto il mio amore, e senza alcuna remora.
Donatella, le dicevo, da grandi ci sposeremo, vero?
Vero, mi rispondeva lei mentre raccoglieva un giocattolo.
E faremo tanti figli, vero?
Vero, acconsentiva lei mentre riponeva nella cesta quello stesso giocattolo.
Donatella, sei bellissima!, le sussurravo emozionato.
Grazie, mi diceva lei soddisfatta.
L’amore tra me e Donatella fu sempre un amore platonico: non ci fu mai nulla di fisico…
Un pomeriggio, ad esempio, sempre all’asilo, mi ricordo che provai a chiederle un bacio: un bacio di quelli veri, di quelli che avevo visto alla TV; ma non se ne fece niente.
Non so, mi rispose lei titubante.
Io non insistetti, ma il giorno dopo, alla prima occasione, tornai di nuovo alla carica.
Allora, me lo dài un bacio?, le domandai speranzoso.
Stavolta la sua risposta fu inequivocabile.
Solo quando arriva mamma, mi disse.
Come?!, feci io. Perché solo quando arriva mamma?
Perché mamma mi ha detto che posso baciare un bambino solo quando c’è lei, replicò sicura di sé.
A quelle parole compresi che non c’era niente da fare: o davanti a sua madre, o niente. E quindi - dato che all’epoca non ero di certo un dongiovanni - decisi di lasciar perdere e di accontentarmi di poterla amare di quell’amore puro e semplice che è tipico dei bambini.
Donatella, ad ogni modo, restò a tutti gli effetti la mia fidanzata fino alla quinta elementare.
Io, quando finivano le lezioni, correvo fuori dalla classe a cercarla tra gli alunni che a frotte si riversavano nel piazzale (eravamo coetanei, ma frequentavamo sezioni diverse); non appena individuavo i suoi capelli rossi la raggiungevo e le cacciavo tra le mani un mucchio di fogli spiegazzati; poi scappavo.
Quei fogli, per lo più, erano lettere d’amore sgrammaticate e deliranti dove le ribadivo tutta la mia devozione e la mia ferrea volontà di sposarla e di avere dei figli con lei - tanti figli.
Quale fosse la sua reazione a quelle mie lettere, non l’ho mai saputo: so solo che lei le prendeva, le piegava con cura e le riponeva nella cartella, poi si incamminava alla ricerca di sua madre come se nulla fosse; io, invece, scappavo: scappavo a gambe levate; il motivo non chiedetemelo: scappavo e basta.
Come vi ho già anticipato, però, tutto questo durò fino alle elementari, perché in prima media - dopo aver partecipato a un camposcuola estivo organizzato dai gesuiti della mia parrocchia - entrai in seminario e vi trascorsi i successivi tre anni della mia vita: fu un’esperienza bella e formativa.
Quando - passati i tre anni - ritornai in paese per frequentare il ginnasio, mi sorpresi a ripensare, di tanto in tanto, a quel mio primo amore e a che fine avesse potuto fare.
Qualche mese più tardi lo scoprii…
Donatella aveva fatto carriera nel campo dello spettacolo e adesso si faceva chiamare “Donatella mezzo sacco”: in pratica se le davi cinquecento lire (mezzo sacco, per l’appunto) ti mostrava il suo corpo per come mamma l’aveva fatta, e se ti andava bene ci scappava pure una palpatina ai seni…
Naturalmente tutti i ragazzi della zona - visti i prezzi modici - avevano già avuto modo di assistere a quelle “istruttive” esibizioni: tutti tranne me, naturalmente. E così, per ovviare al problema - poiché, tra le altre cose, non avevo neppure il becco di un quattrino -, su suggerimento dei miei compagni mi convinsi ad andare da mia madre a reclamare il tanto agognato denaro, solo che mia madre quando mi presentai mi ammollò uno schiaffone così forte che per poco non mi ribaltò a terra…
Possibile che fosse a conoscenza della storia del mezzo sacco?!
Non lo so e non glielo chiesi. Da quel giorno, tuttavia, non ebbi più notizie né di Donatella né della sua carriera artistica.

Ora, non diteglielo a mia madre, ma io, alla fine, quelle cinquecento lire le rimediai comunque, e ancora oggi le custodisco gelosamente in una tasca del mio portafogli…
Hai visto mai?!

Buona Vita!

NM

P.S.: ogni riferimento a cose, fatti, o persone è puramente casuale.

E se le Case Editrici non ti pubblicano il manoscritto?

Grazie a tutte le persone che hanno partecipato al sondaggio; chi lo desidera può ancora votare o intervenire sull’argomento utilizzando i commenti.

Grazie a tutti!

[nm]

Se tu avessi scritto un romanzo che le Case Editrici si rifiutano di pubblicare, che cosa faresti?
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1000 e 1 modi di invecchiare

Lui - Sai, ieri sera, alla festa, ho conosciuto una donna…
L’amico - Oh, finalmente! E dimmi, dimmi! Com’è?
Lui - A essere bella è bella.
L’amico - Ah, perfetto… E poi?
Lui - Beh, è anche interessante, spigliata, intelligente… Pensa che si è laureata col massimo dei voti. Però, non so…
L’amico - Cosa!? Come sarebbe a dire “non so”? E’ bella, intelligente, spigliata… Ma non ti basta?
Lui - E’ scaduta.
L’amico - Come, scusa?
Lui - E’ scaduta.
L’amico - In che senso?!
Lui - Ha passato i trenta, quindi è scaduta.

Le colline fatte di neve

Mi ricordo che mia madre, da piccolo, la sera, prima di andare a dormire, mi insegnava a pregare. Mi ricordo che mi faceva mettere sul bordo del letto di fronte a un’immagine del Sacro Cuore, subito dopo aver indossato il pigiama, e che mi faceva giungere le mani; poi, con grande dolcezza, mi invitava a recitare le preghiere più comuni insieme a lei, quelle stesse preghiere che ancora oggi mi ritrovo a recitare ogni sera: è così che ho imparato l’Ave Maria, il Padre Nostro, il Gloria al Padre, il Salve Regina e molte altre preghiere che non credo dimenticherò mai più.
Mi ricordo che giungevo le mani per bene e che, con la semplicità di un bambino, mi rivolgevo al buon Dio affinché proteggesse me e tutta la mia famiglia…
È strano come alcuni ricordi - più di altri - si stampino nella memoria in maniera incredibilmente nitida: questo di mia madre che mi insegna a pregare è uno di quelli.
Negli anni, poi, ho continuato da solo, prendendo l’abitudine di pregare ogni sera quei cinque o dieci minuti per i miei familiari e per i miei cari defunti - ché se un giorno dovessi essere morto mi farebbe proprio piacere che qualcuno si ricordasse pure di me…
Ieri sera, dunque, ero lì che recitavo le mie preghiere, come ogni sera, quando d’improvviso mi è capitata una cosa che ha dell’incredibile: in pratica mi sono ritrovato in Paradiso. Ecco, sì, in Paradiso!, o, per lo meno, in quella che avrebbe dovuto essere l’anticamera del Paradiso. Anzi, sul fatto che quella fosse proprio l’anticamera del Paradiso, non ho dubbi: era esattamente come me l’ero sempre immaginata: c’era una lunga fila di persone vestite tutte in maniera differente (ciascuna, presumo, con gli abiti che indossava al momento del trapasso), davanti a noi c’era una grande porta bianca (probabilmente l’entrata del Paradiso), e al fianco di questa un uomo maestoso con una folta barba grigia e con al collo una chiave (sicuramente san Pietro).
Insomma ogni cosa, in quel posto, faceva supporre che si trattasse dell’al di là.
Notai che l’uomo con la folta barba grigia, non appena una persona arrivava al suo cospetto, sfogliava un grande libro d’oro e decretava il da farsi: tu da questa parte e tu da quest’altra, diceva indicando la direzione con un braccio; notai anche che molto di rado le persone venivano invitate a passare direttamente dalla grande porta bianca, davvero molto di rado.
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